Ieri sera - con due amiche molto care, ma sconosciute tra loro (l'esperimento di mischiarle, comunque, non è malriuscito) - sono andata a vedere La guerra di Charlie Wilson. Sapevo che si trattava della storia di come gli americani si siano allevati la serpe in seno addestrando i talebani contro l'Unione Sovietica ai tempi dell'invasione dell'Afganistan, nella seconda metà degli anni Ottanta. Visto l'effetto, ero pronta a disprezzare la causa. Invece, non so quanto nelle intenzioni del regista, mi sono trovata con l'imbarazzo di un pasticcio fatto con le migliori intenzioni e, soprattutto, per i motivi più umani. Il Charlie Wilson del film non è un uomo integerrimo, né colto, né raffinato; ama le donne, beve molto, fa uso di cocaina; però ha un'umanità autentica e senza fronzoli, vuole agire, riesce a farlo, e arriva a mettere il popolo afgano nelle condizioni di riuscire a respingere un'invasione odiosa.
Sappiamo però cosa ne è seguito, e non solo per l'America.
Faccio fatica a cavarne una morale (in politica ogni mossa è perdente?).
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