lunedì 20 settembre 2010

Ringraziamenti

Quando dovevo portare il tutore non ero in grado di lavarmi i capelli in casa, neanche con l'aiuto di qualcuno. Andavo quindi due volte alla settimana dalle parrucchiere di mia madre, due ragazze simpatiche. Una di loro anni fa ebbe un gravissimo incidente in moto e finì per nove mesi - dico: nove mesi! - in un letto. Adesso è splendida (risata contagiosissima), stare con lei quell'oretta era tonificante. Si chiama Federica (ne parlavo sempre, in luglio).

Sistemati i capelli aspettavo nel bar di fronte, un posto molto carino, sulla porrettana, finito anche in un libro di Brizzi. Il nome del bar è lezioso (Minny!), le signore che lo gestiscono tutt'altro. Decidono quando servirti, sono padrone di casa poco compiacenti. Io mi presentavo con il mio tutore enorme e una borsetta di paglia minuscola per tenere il necessario senza affaticarmi. Mi sedevo con un caffè e sfogliavo La Stampa. Quando pagavo, la più scontrosa delle signore mi aiutava a mettere via gli spiccioli.
Adesso, dopo piscina, ci vado a fare colazione. Oltre al caffè mangio una pasta. Continuo a sedermi e a leggere La Stampa. Le signore del bar mi accolgono con allegria, con un sorriso.

La fisioterapia la faccio al Malpighi, nello stesso padiglione del mio ricovero.
Mi piace arrivare verso le 14:30 e respirare l'atmosfera post-prandiale, l'ora d'aria, l'intervallo. Medici e infermieri escono in camice chiacchierando, ti si parano davanti in gruppo, con tracotanza. I pazienti siedono sulle panchine con qualche amico o parente; oppure su sedie a rotelle e sulle panchine siede l'accompagnatore.
Io mi sento di appartenere a questo, non sono una visitatrice - non ho paura.
Dopo la seduta spesso vado al bar dell'ospedale. A quell'ora mi serve sempre la stessa persona, che si chiederà forse perché io sia sorridente e distesa. Sugli scaffali, oltre ai biscotti e alle gelatine di frutta, bottigliette di schampoo in vendita. Il caffè è buono.

La fisioterapista si chiama Simona. L'ho già detto che per me lei è Dio? Sì, mi sa che l'ho detto.
Ridiamo parecchio, lavoriamo intensamente. Il dolore? Appena appena.
Ogni tanto le chiedo: «Ma se alla fine di queste sedute volessi continuare, se non me la sentissi di proseguire da sola... tu avresti posto?» Lei si mette a ridere e mi rassicura.

Mercoledì scorso sono andata alla consueta visita all'INAIL, ansiosa di mostrare al «mio» ortopedico tutti i progressi portati dal nuoto.
Da quando ho ripreso a guidare, queste visite si sono trasformate in un piacevole rituale. Parcheggio davanti al MAMbo, faccio un salto alla Feltrinelli di via dei Mille per scegliere cosa leggere durante l'attesa, poi vado a prendere il numero. Esco di nuovo, scelgo un bar, faccio colazione. Torno, leggo, aspetto il mio turno. Controllano chi sono e mi mandano dal mio medico, con un altro numero. Ormai riconosco le infermiere: quella simpatica, quella isterica, quella indolente e volgare.
Ultima attesa imprevedibile davanti alla porta del dottore, entro e mi preparo a una mezz'ora di predica e scoraggiante incoraggiamento, a frasi del tipo «le donne colte sono le più difficili da curare» a «lei analizza tutto, farà impazzire il suo povero compagno», gustando il materiale per aneddoto che questo strano uomo appassionato fornirà alle mie chiacchiere future.
Mercoledì il mio ortopedico non c'era.
Mi ha visitato una dottoressa. Non mi ha chiesto quante volte fossi andata in piscina, né cosa faccia esattamente in vasca. Mi ha visitato e mi ha trovato molto ben avviata. Ha dato un'occhiata alla cicatrice e ha pronosticato che scomparirà (una volta questa ferita mi turbava, adesso do tempo al tempo).
«Le darei altre due settimane.» ha concluso.
«Se me la sentissi di tornare al lavoro?»
«Lo può fare.»
Fissiamo una data (venerdì 24).
«E la prossima visita?» faccio io.
«Beh, se torna a lavorare, non deve più venire.»
Ma come?!

2 commenti:

ross ha detto...

Per la prossima fisioterapia: non fermarti al bar del piano terra, avanza sulla dx, passa il portone aperto ed entra nel chiostro, prendi alla tua sx e entra dalla porta a vetri allo "spaccio".
Serve l'ARCI ma nessuno te la chiede, è tutto più buono e non solo perché costa meno, anche il barista è più simpatico, ci sono un po' di quotidiani (di quelli che non leggeremmo mai), puoi iscriverti a una gita sociale, a teatro o all'ennesimo corso di inglese e soprattutto...NON ci sono pazienti!
Ops, mi dimenticavo di te.....

Nicola ha detto...

che bello leggerti ..........