Ho atteso a lungo uno spazio bianco, la possibilità di un punto a capo, ben sapendo che nella vita cambiamenti repentini non possono esistere davvero. Ho cercato in ricorrenze la spinta per cambiare - nei compleanni, nel natale, nel ritorno al lavoro del settembre.
All'improvviso, lo spazio bianco è arrivato.
Il 16 giugno cado alla stazione delle corriere, una scivolata tremenda su una pozza d'olio più grande della mia cucina.
Nel volare giù senza remissione, il mio primo brevissimo pensiero è «speriamo che non mi stia guardando nessuno». Il secondo e ultimo non è un pensiero ma è dolore.
Mi rialzo e non piango, perché non è da uomini. Vengo soccorsa, arriva l'ambulanza, mi porta al Sant'Orsola, chiamo F. e i genitori. Mi fanno le lastre (che restano al momento tra i ricordi di più intenso dolore di questa esperienza). Frattura scomposta all'omero sinistro, quasi alla spalla.
Il 18 vengo operata. Tutti parlano dell'anestesia come un fading away indicibilmente piacevole. Per me, questa e le altre volte, è un black out totale, qualcosa senza inizio; piuttosto, risvegliarsi è il processo lento, il risalire da profondità in salita.
L'ultimo ricordo prima di piombare nell'anestesia è degno di una puntata dei Simpson.
«Questa spalla non è facile come pensavamo, anzi sarà molto complicato» dice una tizia a un altro tizio.
Io la guardo con gli occhi spalancati. Lei si rende conto e con finta disinvoltura mi rivolge queste parole:
«Non stiamo mica parlando della sua spalla...»
L'arrampicata sugli specchi più clamorosa a cui abbia mai assistito.
Poi, più niente.
Sono rimasta in ospedale una settimana.
L'intervento pare riuscito molto bene e la frattura era davvero orribile, come avevo un po' intuito in sala operatoria.
Gli otto giorni di degenza sono stati così intensi e nitidi che nell'andarmene via ho provato lo struggimento di quando si lascia un lavoro o una casa, cioè un luogo familiare e protetto.
Adesso ho un tutore, che mi ingombra e mi fa caldo. L'ho tenuto per quasi un mese e mi ci sono quasi abituata.
Lunedì c'è la visita in ospedale e immagino lo toglierò (quello che ho sentito della riabilitazione, tuttavia, non mi rende esattamente impaziente di cominciarla...).
Eccolo qui, il mio spazio bianco. Appena ho realizzato, alzandomi dalla pensilina dell'autostazione, che mi ero fatta davvero male, ero già una persona diversa.
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