Le mie giornate oscillano tra il noioso e il pesante, con evidenti tracce di grottesco e melodramma - ma fa niente.
Intanto una persona molto preziosa per il posto in cui lavoro (e a me cara) se ne andrà, per un'occasione che non avrebbe avuto senso rifiutare. Le ripercussioni sulle motivazioni e sul morale di chi finora ci ha lavorato si sono fatte sentire subito, non poteva essere diversamente. Tuttavia, la vera perdita si avrà in prospettiva, sul piano culturale, identitario: sarà la perdita di una «cifra», di un mondo.
Tempo fa parlai di un «amico di età molto diversa», un uomo che aveva dato a questa azienda un'impronta di cui andare fieri. Anche lui se n'è andato, e non di sua volontà purtroppo. Era il 2008.
Più o meno nello stesso periodo, pochi mesi prima, un altro amico andava in pensione. (Lui è passato dall'altra parte, da quella di chi scrive; però è qui due volte alla settimana e sempre troviamo il tempo per riflettere, parlare, raccontarci le nostre avventure.)
Non sto accostando tre persone a caso: c'è tra loro un grado di parentela, una discendenza culturale, per cui è come se questa perdita ribadisse le altre.
Così sento il dispiacere di trovarmi in un luogo più povero, almeno per il momento.
E diverso, senz'altro diverso, da quello che era.
(Poi, per me, questa casa editrice resta ancora un posto straordinario: «il paese pulito nel paese sporco», il «paese onesto nel paese disonesto» - come Pasolini diceva, con meno ragioni, del partito comunista in Italia.)
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