«Il Sole 24 Ore», in occasione dell'uscita dell'Atlante della letteratura italiana Einaudi, di Luzzatto e Pedullà, ha lanciato a critici e scrittori una domanda: quale evento - puntuale, con data - ha cambiato il corso della letteratura italiana? (Ora, questa domanda è diventata anche un gioco per i lettori: in 400 battute)
Ieri sull'inserto domenicale ho letto la risposta di Filippo La Porta e come sempre ho pensato che è meraviglioso sia esistita nella cultura una persona come Pasolini - dall'anima libera, pulita, appassionata.
Riporto il pezzo per intero.
New York, ottobre 1966: Oriana Fallaci intervista per l'«Europeo» Pier Paolo Pasolini, innamorato dell'America (benché non abbia mai amato la sua letteratura, tranne Melville e Ginsberg!), e poi di quella città «magica, travolgente, bellissima», dei militanti della New Left, della loro ribellione purissima e dionisiaca: li considera da «marxista indipendente» quale si dichiara - «mistici della democrazia», radicali e non-violenti come i primi cristiani. Le racconta di aver assistito a questa scena: mentre sfila un minaccioso corteo di destra, favorevole ai bombardamenti su Hanoi, tre giovani in un angolo cantano canzoni tristi, pacifiste e di protesta. E commenta: «Non un insulto, un gesto di ostilità e questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò finché vivo». Poi si mette a parlare degli intellettuali, degli studenti universitari anche scandalosamente ignoranti (non sanno chi siano Rimbaud e Apollinaire!), ma che pure hanno verso la cultura «un rispetto pieno di timore, umiltà». In particolare si sofferma su uno studioso americano da lui incontrato qualche sera prima, coltissimo però timido, «quasi spaventato dalla sua cultura», non «come Umberto Eco, che conosce tutto lo scibile e te lo vomita in faccia con l'aria più indifferente: è come se tu ascoltassi un robot». Mentre un intellettuale americano, per quanto erudito, «non si considera mai padrone della sua sapienza».
Neanche un "sociologo" visionario come Pasolini poteva immaginare che vent'anni dopo Eco avrebbe divulgato il suo "scibile" in personaggi e storie romanzesche che danno brividi culturali a lettori illusoriamente convinti di diventare così "padroni del sapere". Per Pasolini, lucido diagnosta della nuova classe media (infarcita di citazioni), la cultura è invece un fardello, qualcosa che può anche spaventare e che nessuno "possiede", un'interrogazione pericolosamente sospesa sulle nostre esistenze.
Pasolini ed Eco, due visioni opposte, di Filippo La Porta («Il Sole 24 Ore», 24 ottobre 2010)
1 commento:
Grazie,
è a questo che serve internet, a condividere stimoli culturali.
E in missione se ne sente il bisogno!
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