lunedì 7 dicembre 2009

Chi è che cosa

La mia monaca di Monza è stata definita, con una certa generosità e il giusto grado di vaghezza, new age.

«Non le hai dato il minimo mistero.»
«Volevo essere irriverente, volevo dire: sì, bella, aristocratica, certo... ma non vi rendete conto che in ultima istanza è una sbandata?»

Quando ho iniziato a provare il pezzo avevo simpatizzato: una donna malata di noia, non potevo che sentirla affine. Poi, non standomi tanto simpatica (io) in questo periodo, questa affinità si è trasformata in presa in giro - e la sbandata che mi sento io è diventata lei (troppo comodo?).

3 commenti:

Bartlebooth ha detto...

PUNTI/MAPPA

Non so come funzioni, se ci sia un galateo (mi sono sempre rifiutato fino ad oggi, anzi fino a ieri, di entrare in un blog), esiste però in questo caso un interesse specifico, una curiosità autentica, quindi mi sono messo a leggere tutto (ho scoperto che anche Ross l’ha fatto all’inizio, quindi mi sento meno strano...).

Ho ripreso delle cose che mi sono “arrivate”, una sorta di (mia) mappa nel (tuo) testo, qui di seguito l’ho trascritta.

Chissà se è una mappa di un territorio che conosci...

(un’altra premessa, metodologica: ho fatto talvolta una cosa scorretta, cioè ho estrapolato delle frasi o delle parole dal loro contesto, a mia discolpa il fatto che proprio quelle frasi o quelle parole mi hanno colpito così profondamente da diventare punti della mappa)



La fatica senza le sfide

Eccedenze di sentire
(mi ricorda tanto le “intermittenze del cuore” di Bertolucci padre)

Anche molti scrittori sono personaggi immaginari

Corrispondenze intense e innocue

Tutto intero il pezzo sull’acquario di Valencia
(finirà che mi piacciono le balene, eventualità che finora non mi aveva neanche sfiorato...)

Sono talmente incostante che anche le fissazioni mi durano pochissimo. Questo in realtà è un vantaggio, visto che sono anche incline alle dipendenze. Incostanza vs dipendenza... Ha sempre vinto l'incostanza - sempre.

l'aperto è stato finora solo la periferia del chiuso
(in realtà tutto questo pezzo, “L’odore degli anni”, è bellissimo, sarà forse perché non pratico niente del genere nella mia vita, forse perché ho sempre amato i film di Claude Sautet, di cui il tuo testo sembra essere una sceneggiatura, in particolare “Tre amici, le mogli e (affettuosamente) le altre”. In realtà il titolo originale è “Vincent, François, Paul et les autres”, chissà chi è stato il genio che l’ha tradotto così in italiano...).

tornare all'alba mi inorgoglisce sempre molto, neanche l'avessi passata in laboratorio a maneggiare polonio come Marie Curie

da sempre mi considero in buona compagnia, quando sono sola
(da parte mia un’invidia golosa...)

Io dico solo: stiamo attenti

Molto bene

L’unica forma di sacro rimasta, l’unico stupore, … è imbattermi in corrispondenze

Visto che non mi legge nessuno

Pomeriggi vaghi

Dimenticare i miei anni danteschi

Sono entrata a salutare: non gli uomini, le cose

Non c’è niente da capire
(questo mi è proprio piaciuto tutto, anche i tre puntini qua e là e le parentesi, ah le parentesi!)

(e luglio e agosto 2009, spariti nel nulla? Inghiottiti da un buco nero? E comunque, è chiaro, anch’essi sono nella mappa, punti misteriosi, non-punti. E dove andranno a posizionarsi? Vicino alle balene, nei gironi danteschi, ne “la luce che diffonde il Monte Amiata quando il sole declina”?)

schiva ed eterea

siamo esseri chimici, irreversibili

come conoscessi un corpo sotto i vestiti che porta

mai sottovalutare il potere lenitivo di un battesimo, ossia del dare un nome
(questa è una frase su cui si potrebbe aprire un blog a parte… quando facevo l’università volevo laurearmi – e studiare per bene – proprio questa cosa qui. Volevo occuparmi di quel momento in cui un sentimento non ha ancora nome, in cui proviamo qualcosa di indistinto che prende via via forma e questo prendere forma è, appunto, dare un nome. Ma questo atto non è neutro, non è puramente descrittivo – provo un sentimento, lo nomino – ma è invece determinante per lo sviluppo stesso del sentimento, per quello che proverò e farò di lì in poi. Immagina la differenza – emotiva, psicologica, comportamentale – che nasce dal battezzare una cosa “gelosia” o, invece, “ansia di possesso” o, ancora, “insicurezza”)

Donata Cucchi ha detto...

Non conoscerai il galateo dei blog, caro Bartlebooth, ma non potevi muoverti con maggiore grazia e maggior arte (e intensità).

Le parole che hai fermato e che adesso mi galleggiano davanti agli occhi - una carellata che somiglia all'idea che abbiamo della morte come immagini di vita che ci scorrono davanti (umore allegro questa sera!) - sono quasi tutte fatte di una materia più densa anche per me, di alcune sono puerilmente proprio fiera (Marie Curie, il polonio e l'alba!), altre
sono semplicemente uscite, mentre le scrivevo, con un tono diverso e tu l'hai avvertito.

Soprattutto, però, di questa mappa mi fa impressione una cosa: è davvero il tracciato della vita che ho raccontato qui.
Mancano solo un episodio (che spero tu non abbia letto, perché ne esco rancorosa verso una persona a cui tu - e anch'io, comunque - hai voluto bene) e l'intercettazione di un dolore che viene da lontano, un dolore profondo di cui non c'è nulla da dire (la cui ombra, tuttavia, talvolta è apparsa).

Per il resto c'è tutto, un sentiero su cui potrei camminare - e là, tra luglio e agosto, sunt leones.

Grazie, Bartlebooth...
Modì

p.s. Sarebbe stata una tesi entusiasmante.

Bartlebooth ha detto...

Cara Modii, l'avevo visto quell'accenno a un dolore profondo ma mi era sembrato così discreto che mi ha fatto esserlo anch'io!
L'episodio "rancoroso" mi aveva in realtà molto colpito, ma mi sembrava anche così intimo da non essere "mappabile".

PS il titolo della tesi sarebbe stato wittgensteiniamente "Logica dei sentimenti".