Mentre mi dico che dovrei aggiornarvi sull'outing di Duchesne, sopraggiunge la voglia di scrivere di una cosa che ho perso: i pomeriggi.
A Jesi a giocare in giardino con le amichette della stessa strada, o nell'enorme, affascinante, incredibile casa dei miei nonni: la «stanza dell'assassino», la «stanza di Teresa», il salone con il divano color crema a fiori grandi e rosa, il marmo per terra, un lusso anni Cinquanta il cui gusto non si mette in discussione.
Pomeriggi alle medie a spasso per Bologna con quella che era allora la mia amica migliore, una stagione tutti i sabati a sentire un concerto al conservatorio, o (pensa-te!) a guardare gioielli nelle vetrine.
I cinema a sedici anni, in inverno, lungo via Indipendenza. O i pomeriggi di sole a diciotto, al parco Talon, con i libri di matematica aperti e le chitarre.
Mille negli anni all'università, pomeriggi vaghi, sprecati, in qualche caffè o libreria di via Zamboni... a studiare a Vicolo bolognetti, o alla biblioteca vicino casa mia, quella di Villa spada.
Ora guardo su flickr le foto californiane di un'estranea e mi chiedo come faccia, dove li scovi, lei, quei pomeriggi lì, luce neutra, mite, ad avvolgere ogni foto.
Mi aiuterebbe, adesso, uscire nel pomeriggio caldo, di sole. E dimenticare questo posto. Dimenticare i miei anni danteschi. Il cupo desiderio che ho di essere qualcuno e possedere qualcosa. Un pomeriggio per rinascere - o per sprecare tutto, una volta ancora.
1 commento:
come ti capisco
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