martedì 17 marzo 2009

Quando il tempo si poteva anche perdere

Mentre mi dico che dovrei aggiornarvi sull'outing di Duchesne, sopraggiunge la voglia di scrivere di una cosa che ho perso: i pomeriggi.

A Jesi a giocare in giardino con le amichette della stessa strada, o nell'enorme, affascinante, incredibile casa dei miei nonni: la «stanza dell'assassino», la «stanza di Teresa», il salone con il divano color crema a fiori grandi e rosa, il marmo per terra, un lusso anni Cinquanta il cui gusto non si mette in discussione.
Pomeriggi alle medie a spasso per Bologna con quella che era allora la mia amica migliore, una stagione tutti i sabati a sentire un concerto al conservatorio, o (pensa-te!) a guardare gioielli nelle vetrine.
I cinema a sedici anni, in inverno, lungo via Indipendenza. O i pomeriggi di sole a diciotto, al parco Talon, con i libri di matematica aperti e le chitarre.
Mille negli anni all'università, pomeriggi vaghi, sprecati, in qualche caffè o libreria di via Zamboni... a studiare a Vicolo bolognetti, o alla biblioteca vicino casa mia, quella di Villa spada.

Ora guardo su flickr le foto californiane di un'estranea e mi chiedo come faccia, dove li scovi, lei, quei pomeriggi lì, luce neutra, mite, ad avvolgere ogni foto.

Mi aiuterebbe, adesso, uscire nel pomeriggio caldo, di sole. E dimenticare questo posto. Dimenticare i miei anni danteschi. Il cupo desiderio che ho di essere qualcuno e possedere qualcosa. Un pomeriggio per rinascere - o per sprecare tutto, una volta ancora.

1 commento:

Anonimo ha detto...

come ti capisco